
TITOLO DEL MESE MAGGIO-GIUGNO 2026: Le Disavventure della Verità di Umberto Galimberti (Novembre 2025), pag. 144, Casa Editrice: Feltrinelli – Collana Idee. Prezzo: 12.00 euro.
Perché leggere questo libro? Il libro di Umberto Galimberti, noto filosofo e psicologo contemporaneo, ricostruisce in questo breve saggio la storia dell’idea di verità in Occidente, dalla Grecia antica fino all’epoca della tecnica, dell’informazione digitale e dell’intelligenza artificiale. Il libro parte da una domanda radicale: che cos’è la verità oggi? È ancora possibile distinguere il vero dal falso in un tempo in cui la realtà sembra dissolversi nella sua rappresentazione?
Galimberti ha intitolato il suo libro: “le disavventure della verità”. Se la parola “avventura” segnala un movimento in avanti verso qualcosa che accadrà (ad-ventura), ed è proprio l’incertezza del suo esito a renderla così entusiasmante, va da sé che il suo contrario (dis-ad-ventura) non lascia molti dubbi sulla coltre di oscurità che si profila all’orizzonte sull’idea attuale di verità. Come sta la verità oggi? Chi decide oggi cosa sia realmente vero? Galimberti, nel rispondere a queste domande ripercorre il concetto di verità attraverso alcune grandi tappe della cultura occidentale, per poi concentrarsi sulla situazione attuale della verità. L’autore mostra come ad ogni passaggio d’epoca l’idea di verità sia stata ricalibrata nel contesto socio-culturale economico del periodo: la verità come alétheia, disvelamento nella cultura greco-antica; la verità come idea metafisica per Platone; la verità come ‘emet, garanzia di fedeltà e di testimonianza nella Bibbia ebraica; la verità come verificabilità nella rivoluzione scientifica moderna; infine la verità come informazione, consenso e performance nella civiltà contemporanea tecnico-performativa. La diagnosi sul presente è la parte più acuta del libro. Stabilire cosa sia “vero” in un’epoca come quella attuale è complesso. Tra propagande populistiche acchiappa-voti, una cultura sempre più commerciale, una scuola burocratica orientata alla tecnica, e un marketing aggressivo consumistico, la capacità di problematizzare, distinguere, pensare in modo critico è palesemente in crisi. Con il nostro pensiero critico perennemente in letargo, trangugiamo un quantitativo enorme di informazioni, di fonti spesso incontrollabili, che accettiamo come vere soprattutto se corrispondono al nostro pre-concetto di verità. Ma come si formano i nostri pre-concetti di verità nella società attuale? Galimberti affronta nel suo libro in modo dettagliato due concetti nell’interazione con l’idea di verità, quello della persuasione e quello della tecnica. La persuasione è uno strumento di condizionamento estremamente pericoloso, perché utilizza la narrazione, che tocca i nostri sentimenti e i nostri bisogni più profondi. Oggetti da acquistare, situazioni da vivere, ciò che ci può dare gioia, felicità e riconoscimento ci vengono proposti continuamente senza tregua. La persuasione agisce allora come un ipnotico, altera la realtà e allo stesso tempo vende, alle orecchie di chi ascolta, menzogne travestite da verità. Qualsiasi argomento ci viene proposto in modo persuasivo, sia che sia un dentifricio, che una donazione benefica, un pasto in un fast-food o l’iscrizione a un corso di meditazione. E qui emerge la figura del promoter, dell’influencer, che a prescindere dal contenuto del messaggio, diventa oggetto di fascinazione e di emulazione. La verità in questo caso non è essenza, ma si costruisce con la persuasione. E i mezzi informatici di comunicazione, da cui nessuno si stacca quasi fossero protesi indispensabili del nostro corpo ci chiedono continuamente una risposta, e nonostante sembrino facilitare la divulgazione delle nostre idee, in realtà modificano a nostra insaputa il nostro modo di pensare, rendendolo da “problematico” a “binario” secondo lo schema informatico 0/1, che ci riduce a dire solo “sì” o “no”, al massimo “non so”. Questo modo di pensare è facile, ci sentiamo coinvolti, pensiamo di rispondere liberamente, ma in realtà rispondiamo come l’influencer della verità desidera. Mettere in discussione non solo le notizie da cui siamo continuamente assediati, ma soprattutto l’idea del mondo e di noi stessi che ci siamo costruiti nel tempo, ha un costo elevato: conduce all’«inquietudine del pensiero» (p. 24), e chi è che ama l’inquietudine del proprio pensiero? L’antidoto all’assuefazione collettiva auspicata dai nuovi sofisti rimane il pensiero critico: un atteggiamento di vigile dubbio nei confronti del mondo. E questo come si crea? Con la cultura. Ma nel suo significato originario di coltivare, non come accumulo di nozioni in vista di una performance, come fa comodo intenderla oggi. La mente – lo ricorda Plutarco (I-II d.C.) – non è un vaso da riempire, ma un tizzo di legno che attende una scintilla ad accenderlo.
L’altro punto che sembra spaventare Galimberti è che la verità abbia progressivamente perso il suo carattere di ricerca per trasformarsi in criterio di efficacia. Oggi si tende a considerare vero ciò che funziona, persuade o produce risultati. “Nell’età della tecnica, vero è ciò che ha successo, la verità non si cerca più: si produce.” Questi sono temi molto cari a Galimberti: la critica della tecnica, l’impoverimento generale del pensiero critico, la crisi dell’umanesimo, il dominio dell’efficienza. Se contano gli effetti, allora verità e potere si sfiorano pericolosamente, perché chi dispone dei mezzi di produzione degli effetti, dispone anche dei mezzi di produzione del “vero”. Il punto è meno teorico di quanto sembri. Pensiamo alla politica dei sondaggi, alle “metriche” social, alla comunicazione d’impresa, alle stesse piattaforme che regolano la visibilità dei contenuti: ciò che funziona (clicca, converte, sposta consensi) fa realtà. Come ribellarsi a questa deriva della verità? Galimberti ci chiede di rianimare il pensiero critico proprio mentre tutto spinge a consumare evidenze preconfezionate. Sarebbe essenziale avere la consapevolezza del fatto che siamo immersi in costruzioni di realtà che appaiono vere perché usano logiche di successo (visibilità, engagement, redditività) e quindi siamo vittime di un ricondizionamento mentale. Il libro, con un velo di nostalgia verso il passato e un alone di pessimismo verso il futuro riporta quanto Günther Anders scriveva ne “L’uomo antiquato” (1980): “La tecnica può segnare quel punto assolutamente nuovo nella storia, e forse irreversibile, dove la domanda non è più: che cosa possiamo fare noi con la tecnica, ma cosa la tecnica può fare di noi?”.