TITOLO DEL MESE GENNAIO-FEBBRAIO 2026: Il problema Spinoza di Irvin D. Yalom, traduzione di Serena Prina (15 ottobre 2012), pag. 441, Casa Editrice: Neri Pozza. Prezzo: 15.00 euro.

Perché leggere questo libro? Perché È uno di quei rari libri che riesce a introdurti a idee complesse senza che tu te ne accorga. Come può una mente intelligente abbracciare il male ideologico? Come si conciliano cultura e barbarie? In un’epoca di populismi e radicalizzazioni, come la nostra, la figura di Alfred Rosenberg, ideologo nazista, ha una attualità sorprendente. Dall’altra parte c’è la storia di Spinoza che è, in fondo, una storia emblematica di integrità morale. Un uomo che accetta di perdere tutto — famiglia, comunità, sicurezza economica — pur di non tradire il proprio pensiero. Se poi ti piacciono filosofia, psicologia, storia, narrativa, Yalom le intreccia con una naturalezza che raramente si trova altrove. Inoltre, emerge il concetto psicologico che le persone non sono mai semplicemente buone o cattive. Sono persone con ferite, contraddizioni, desideri, bisogni nascosti. La diversa risposta individuale alle ferite della vita è la causa di ogni singolo comportamento.

Il libro intreccia due storie parallele e apparentemente lontane: quella di Baruch Spinoza, il filosofo ebreo-olandese scomunicato dalla sua comunità nel 1656, e quella di Alfred Rosenberg, ideologo nazista ossessionato dall’opera spinoziana, nonostante il suo feroce antisemitismo. Il filo conduttore è proprio questo paradosso irrisolto nella mente di Rosenberg, che costretto ad imparare da adolescente a memoria alcuni passi dell’autobiografia di Goethe, il poeta che l’adolescente dichiara di venerare come emblema stesso del popolo tedesco, scopre che Goethe si dichiara fervente ammiratore di Baruch Spinoza, il grande filosofo ebreo del diciassettesimo secolo. Questo rimarrà nella mente del giovane Rosenberg come un tarlo che lo accompagnerà per il resto della vita: come può il sommo Goethe aver tratto ispirazione e rimanere affascinato da un uomo che appartiene alla razza più infima dell’umanità, cioè la razza ebraica? Cosa mai avrà scoperto Goethe di così straordinario nell’opera di Spinoza? È questo il “problema Spinoza” che torturerà Rosenberg per tutta la sua vita. Yalom, psichiatra prima che romanziere, costruisce Il problema Spinoza come un implicito caso clinico a doppia voce. Spinoza e Rosenberg condividono più di quanto sembri: entrambi vissero esperienze precoci di esclusione e perdita, entrambi cercarono nel pensiero un sistema per dare ordine al mondo, entrambi furono ossessivamente guidati da una missione intellettuale. Eppure, le loro traiettorie psicologiche non potrebbero essere più distanti. Spinoza perde la madre in giovane età subisce a 23 anni la scomunica (il cherem) e viene espulso dalla sua comunità. Nel Seicento, questo non significava soltanto perdere affetti e relazioni: significava perdere identità, protezione, senso di continuità. Per molti sarebbe stato devastante. Spinoza elabora il dolore attraverso la sublimazione: trasforma la sofferenza in energia creativa, la perdita in domanda filosofica. La morte della madre, la separazione dalla famiglia e dalla comunità diventano per lui problemi da risolvere con la ragione, non ferite da portare in silenzio. Spinoza impara ad osservare le proprie emozioni senza esserne travolto. Nella sua filosofia, la libertà interiore consiste nel comprendere emozioni e passioni, non nel reprimerle. Spinoza reagisce con quella che la psicologia moderna definirebbe come “identità autonoma e interiorizzata”: il suo senso di sé non dipende dal riconoscimento esterno, ma da una coerenza interna, che nessuna scomunica può toccare. Non è arroganza, è qualcosa di più raro e più solido. È la prova che ha trovato in se stesso, e non negli altri, la fonte della propria stabilità. Invece in Alfred Rosenberg i suoi traumi diventano il veleno che alimenterà le radici dell’odio. Rosenberg nasce a Tallinn nel 1893, figlio di un calzolaio estone e di una madre di origini baltiche che muore poco dopo la sua nascita. Cresce in un ambiente culturalmente ibrido, sospeso tra identità tedesca, estone e russa, senza un’appartenenza definita. Studia architettura a Mosca, osserva la Rivoluzione bolscevica, e in essa vede, con un meccanismo proiettivo classico, il volto del nemico ebraico. L’odio razziale ha le sue radici in una fragilità identitaria profonda, in un bisogno disperato di appartenere a qualcosa di grande e puro per compensare un senso di inadeguatezza mai risolto. L’antisemitismo di Rosenberg funziona in parte come proiezione: le qualità negative che non riesce ad accettare in se stesso (l’ambiguità, la marginalità, l’intellettualismo senza radici) vengono attribuite all’ebreo e quindi odiate nell’altro. È un meccanismo difensivo primitivo, tipico delle strutture di personalità meno integrate, che consente di mantenere un’immagine di sé idealizzata scaricando su un capro espiatorio tutto ciò che minaccia quella immagine. E Spinoza nella mente di Rosenberg diventa un’ossessione, perché Spinoza incarna esattamente tutto ciò che lui, segretamente, vorrebbe essere: un pensatore originale, coraggioso, capace di costruire un sistema intellettuale coerente e universale. L’ammirazione che non riesce a reprimere è la crepa nel muro della sua ideologia: l’odio non riesce a sopraffare completamente l’attrazione, e questa incapacità è fonte di un’angoscia che lo perseguita. Rosenberg non odia Spinoza nonostante la sua grandezza: lo odia a causa di essa, perché quella grandezza gli ricorda tutto ciò che non è e non sarà mai. Nelle ultime fasi della sua vita, prima della sua impiccagione dopo il processo di Norimberga del 1946, Alfred Rosemberg cadrà in un’apatia apparentemente anaffettiva.