TITOLO DEL MESE SETTEMBRE-OTTOBRE 2025: La cura Schopenhauer di Irvim D. Yalom, traduzione di Serena Prina (25 giugno 2009), pag. 480, Casa Editrice: Neri Pozza. Prezzo: 13.50 euro. 

Perché leggere questo libro? “La cura Schopenhauer” fa parte della trilogia di romanzi filosofici di Irvin D. Yalom, psichiatra e scrittore statunitense, dedicati oltre che a Schopenhauer, a Nietzsche e a Spinoza. L’opera di Yalom si presenta come un romanzo in cui si intrecciano le storie appassionanti di una serie di personaggi con le loro singole problematiche psicologiche comportamentali e di ricerca di senso nella propria vita. Nelle storie coinvolgenti ed emozionanti dei personaggi, il romanzo diventa nello stesso tempo un saggio di psicoterapia e di counselling filosofico e una biografia del filosofo Arthur Schopenhauer.  

BREVE TRAMA DEL LIBRO. Il protagonista del romanzo è Julius Hertzfeld, uno psicoterapeuta che scopre improvvisamente di avere un tumore incurabile e pochi mesi di vita. Di fronte alla morte imminente, rimane devastato e comincia a riflettere sul senso della propria esistenza e sul valore del suo lavoro di terapeuta.
Decide di riallacciare i contatti con un ex paziente, Philip Slate, ossessionato dal sesso, che anni prima aveva interrotto la psicoterapia, in quanto non ne trovava alcun beneficio. Quando lo ritrova, Julius scopre che Philip sostiene di essere “guarito” grazie alla filosofia di Schopenhauer.
Philip, infatti, vive secondo i principi del filosofo tedesco: distacco, negazione del desiderio, accettazione del dolore come essenza della vita. Il desiderio di Philip è di diventare counselor filosofico e chiede a Julius di divenire suo supervisore. Julius, non considerandolo ancora adatto all’attività di counselor, lo invita a unirsi al suo gruppo terapeutico per sperimentare se il suo approccio filosofico alla vita può davvero sostituire l’empatia psicoterapica. 

È impossibile rispondere se la vita abbia un senso e se nella complessità delle forme di vita che ci circondano, la nostra stessa vita abbia un senso. Spesso solo la notizia della nostra probabile morte imminente ci pone di fronte a questa domanda, a cui ripeto è impossibile dare una risposta razionale, trovare un senso. Qualcuno trova la risposta nell’irrazionalità della fede, ma se la tua razionalità non ammette spazio alla fede come rispondere a questa domanda? Oltre a domande sul senso della vita, perché il dolore, perché la morte e come vivere senza l’angoscia della fine? Nel romanzo si trovano a dialogare due visioni non credenti del mondo: la visione di Schopenhauer, impersonificata da Philip, e centrata sul pessimismo nichilista e la visione terapeutica di Julius, ispirata alla psicologia umanistica e alla relazione empatica interpersonale. Secondo Schopenhauer la vita è dominata dallo strapotere della forza di volere, da questa forza occulta che vuole non solo la nostra sopravvivenza, ma anche spingerci al desiderio continuo, in un perverso circolo vizioso di desiderio, breve sollievo all’ottenimento di ciò che desideravamo, e poi noia, dolore e ancora desiderio, fino alla nostra morte. Questa volontà è una forza cieca e insaziabile che genera dolore continuo. La liberazione consiste, secondo il filosofo di Danzica, nel negare la volontà, cioè nel distaccarsi dai desideri e dal mondo fenomenico. Secondo Schopenhauer possiamo ingannare la sofferenza della vita con le sensazioni benefiche derivanti dall’arte, in particolare dalla musica, oppure con l’agàpe disinteressato verso il prossimo. Ma solo con il distacco emotivo dai rapporti umani, con l’ascesi potremmo evitare la sofferenza, che in altro modo sarebbe inevitabile. La visione di Julius e della psicoterapia umanistica ci conduce invece all’auto-empatia, alla consapevolezza dei nostri limiti, dei nostri sentimenti e dei nostri bisogni e alla conseguente empatia verso i sentimenti e verso i bisogni degli altri. La guarigione dalle nostre angosce avverrebbe attraverso l’accettazione di noi stessi, dalla consapevolezza di ciò che siamo e grazie al contatto e all’accettazione degli altri. 

Philip guarisce dalle proprie ossessioni abbracciando i principi filosofici di Schopenhauer, ma in fondo è triste e sente l’angoscia nel proprio intimo. Julius comprende e mostra a Philip che anche nella relazione può esserci il fondamento della crescita personale. Il gruppo terapeutico diventa così il laboratorio di una possibile “cura” alternativa in cui la vita non viene negata, ma si impara a viverla consapevolmente. Sia Julius che Philip evolvono nella loro consapevolezza: Julius impara dalla filosofia l’accettazione dei propri limiti e della morte e trova il senso della propria vita nel legame con gli altri. Philip scopre che il suo “distacco filosofico” è in realtà solo una difesa dalla sofferenza. Attraverso il gruppo, Philip impara a riconoscere i propri sentimenti e a connettersi umanamente agli altri. Secondo Yalom, la filosofia può illuminare la mente, ma solo la relazione umana può guarire il cuore. La vera saggezza sta nel conciliare pensiero e vita, accettando la sofferenza senza fuggire dal mondo.