TITOLO DEL MESE LUGLIO-AGOSTO 2025: “CONTRO LA SOCIETÀ DELL’ANGOSCIA. Speranza e Rivoluzione” di Byung-Chul Han (Gennaio 2025), pag. 112, Casa Editrice: Einaudi (Stile Libero Extra). Prezzo: 13.00 euro. 

Perché leggere questo libro? Byung-Chul Han, filosofo contemporaneo tra i più influenti nel patrimonio filosofico occidentale, affronta il problema dell’angoscia nella nostra società. Secondo il filosofo di origine sud-coreana, ma ormai tedesco di adozione da molti anni, è proprio il nostro modo di vita neo-liberal-capitalistico la causa del diffondersi dell’angoscia. L’angoscia è uno spettro che ci imprigiona, ci blocca, ci isola, ci rende soli in una vita che non è più vita, ma sopravvivenza. Possiamo in qualche modo uscire da questa prigione che ci siamo costruiti da soli? Ci può salvare la controfigura dell’angoscia, cioè la speranza, che ci protende in avanti, ci libera dall’azione depressiva dell’angoscia, ci spinge alla vita, alla rivoluzione?

Byung-Chul Han continua in questo libro la sua impietosa analisi sulle conseguenze esistenziali e sociali del nostro modo di vivere neoliberale. Il linguaggio di Han è inconfondibile: asciutto, conciso, addirittura lapidario e categorico in alcune sue affermazioni. Talvolta un po’ slegato, poco consequenziale, con frasi che mostrano il fluire saltellante del suo pensare. Però sempre incisivo, chiaro e stimolante la riflessione personale. Il libro è piacevolmente interrotto da immagini fotografiche di Anselm Kiefer, famoso pittore, scultore e fotografo contemporaneo. Il libro si suddivide in quattro parti: il preludio, in cui viene esplicata la condizione di angoscia della società neoliberale, e poi tre capitoli sulla speranza, “Speranza e azione”, “Speranza e conoscenza”, “Speranza come forma di vita”. Secondo Han, l’angoscia si aggira intorno a noi come uno spettro. E non solo per le pandemie, la guerra, il riscaldamento climatico, ma soprattutto per il nostro modus vivendi neoliberale. La condizione di concorrenza onnipervasiva e la crescente costrizione ad essere performanti ci logorano, generando angoscia; angoscia di fallire, di non corrispondere alle nostre aspirazioni, di non essere capaci di stare al passo, di tenere il ritmo. La conseguenza è il ripiegamento narcisistico su noi stessi, con le relazioni confinate al mondo dei social, dove l’Altro perde la propria Alterità, e diventa rispecchiamento di noi stessi, conferma del nostro ego. La perdita di relazioni autentiche impedisce la creazione di legami empatici, conduce all’isolamento, all’angoscia esistenziale. L’angoscia paralizza, preclude ulteriormente l’accesso all’altro; la difesa è rimanere nella “strettezza” del proprio mondo, dove s’impone l’uguale e il conformismo. Il significato etimologico di angoscia è proprio “strettezza”, derivando dall’antico germanico “angest” e “angust”. La “strettezza” dell’angoscia sopprime ogni ampiezza, riduce il nostro campo visivo, dà all’uomo la sensazione di trovarsi in una strettoia. L’uomo angosciato si sente imprigionato, il mondo stesso appare come una prigione. Inoltre, l’angoscia preclude il futuro. perché rende inaccessibile il possibile, il nuovo. Il vivere non è più vivere, ma sopravvivere come ammalati che cercano, non di vivere, ma di sfuggire alla morte. L’espandersi dell’angoscia ci fa stare male e genera odio e risentimento, portandoci ad attribuire a cause esterne l’origine del nostro malessere. Generare angoscia può essere una strategia di chi desidera una svolta politica in senso populistico, autocratico. Byung-Chul Han cita Barack Obama per ricordarci che “La democrazia può crollare quando cediamo all’angoscia”. 

La speranza, di contro, è l’esatto contrario dell’angoscia. Speranza deriva dal latino spes, che a sua volta deriva dalla radice sanscrita spa, che significa “tendere verso una meta”. La speranza è la tonalità emotiva che precede l’azione, è la forza vivificante che innerva la vita e la protegge dal torpore e dalla paralisi dell’angoscia. Come l’angoscia, la speranza non ha oggetto; entrambe sono tonalità emotive che animano i nostri pensieri, le nostre azioni. È svincolata dal passato e protesa al futuro, verso ciò che potrà avvenire. La speranza è capace di prevedere e di presentire. Ci conferisce forza per agire e per vedere, una forza della quale né la ragione, né l’intelletto sarebbero capaci. Intensifica la nostra attenzione per ciò-che-non-è-ancora, per ciò-che-non-è-ancora-nato. Secondo Han non c’entra nulla con il desiderio, con l’ottimismo o con le psicologie positive. Il desiderio, legato ad un oggetto, è figlio e conseguenza del consumismo capitalistico. L’ottimismo e le tecniche di psicologia positiva sono condizioni prive di dialettica, di cui gli aspetti negativi della vita vengono completamente silenziati. Di contro al pensiero positivo, la speranza non volta le spalle alle negatività che attraversano la vita. Essa mantiene l’attenzione su di esse e ne preserva la memoria. La luce intensa della speranza si nutre paradossalmente dell’oscurità più profonda. La disperazione vivifica, anima la speranza. La speranza è la resurrezione dopo aver visto l’abisso. Inoltre, a differenza del pensiero positivo, non isola le persone, ma le lega e le riconcilia. La speranza ha dentro di sé la dimensione del “Noi”.

Han distingue tra speranza passiva, inerte, debole, svincolata dall’azione e speranza attiva, forte, correlata all’azione. La speranza passiva equivale ad un desiderio senza forze, quella attiva, al contrario, spinge le persone a compiere qualcosa di creativo insieme all’altro. La speranza attiva è l’ostetrica dell’uomo, è la levatrice del nuovo. Secondo Han, solo la speranza, sintesi tra vita attiva e vita contemplativa, può salvarci dalla pandemia dell’angoscia, dalla catastrofe della ripetizione dell’uguale. Solo la speranza può farci recuperare il vero vivere, sepolto dall’angoscia ad un sopravvivere. La speranza apre l’orizzonte al senso, che nuovamente anima, mette le ali alla vita. La speranza intensifica il senso del possibile, è il sogno ad occhi aperti. Chi spera si apre a nuove possibilità che senza di essa non sarebbero pensabili, né riconoscibili. Essa ci dona futuro e predispone alla rivoluzione. 

Nel secondo capitolo, Han prende in esame il rapporto tra speranza e conoscenza. La conoscenza non avviene sopprimendo gli atti emozionali; è piuttosto l’attenzione guidata dall’amore che determina i passi della conoscenza. L’amore non ci rende ciechi, ma vedenti. Solo gli innamorati aprono gli occhi. L’amore, secondo Han, non distorce la realtà, ma apre alla verità. Quanto più forte è l’amore, tanto più profonda è la conoscenza. Han, rifacendosi al pensiero di Benjamin afferma che il sogno ad occhi aperti è un utile strumento conoscitivo. Sognare ad occhi aperti è come sperare. Lo spirito della speranza, espressa dal sogno ad occhi aperti, riesce a collegare passato e futuro, a scorgere il venturo anche in ciò che è passato. Senza lo spirito della speranza siamo imprigionati dell’uguale. 

Nel capitolo conclusivo intitolato “Speranza come forma di vita”, Han richiama la filosofia di Heidegger, specialmente il concetto di essere nel mondo. Nella società dell’angoscia l’individuo moderno, alienato dalla frenesia e dalla prestazione rimane del tutto incapace di esserci autenticamente nel mondo. La riflessione profonda sulla propria condizione esistenziale con il recupero di spazi di silenzio e di momenti di meditazione potrebbero essere il rimedio per liberarsi dal giogo dell’auto-sfruttamento e cercare di rientrare in modo autentico nel mondo. 

Riassumendo, Han identifica nel consumismo capitalistico della nostra società neoliberista la causa della perdita di speranza e dello sviluppo di uno stato di angoscia e di isolamento che ci porterà a diventare carnefici di noi stessi. Recuperare la speranza potrebbe essere la medicina, ma Han non propone altri rimedi se non una riflessione profonda sulla propria condizione esistenziale. Se la nostra società neoliberista è la causa della perdita della speranza è possibile pensare, utopizzare un diverso progetto di società, in cui le persone possano vivere sperando in un mondo migliore? Manca l’approfondimento se ci possa essere un’educazione alla speranza, magari con l’inserimento dell’insegnamento filosofico già a partire dalla scuola primaria. Nel libro, inoltre, mancano delucidazioni su cosa l’autore intenda per rivoluzione, termine che pur compare nel titolo. Non mi stupirei che Byung-Chul Han riprendesse l’argomento con risposta ai miei quesiti già nel prossimo libro.